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Domenica, 29 Maggio 2022 09:17

La serietà del giocare: su "Homo Homini Ludus - fondamenti di Illudetica" di E. Euli, con riferimenti a "Lasciateli Giocare" di P. Gray

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Con questo articolo, vorrei strutturare una relazione che contenga insieme un riassunto e una riflessione sugli argomenti trattati nel libro "Homo Homini Ludus" di Enrico Euli ( con qualche riferimento al libro "Lasciateli Giocare" di Peter Gray, che approfondirò in un altro articolo dedicato), in cui sono affrontati degli aspetti estremamente importanti e spesso troppo trascurati. Nel corso dell'articolo, riprenderò, talvolta, le stesse parole scritte dagli autori sui libri. Non mi approprierò dunque dei contenuti, quanto piuttosto della loro rielaborazione e dei pensieri sui quali possiamo riflettere, con particolare riferimento al mondo dell'infanzia e della didattica in specie.

Un aspetto che mi interessa particolarmente, riguarda il fatto che la società odierna si caratterizza per una connotazione eccessivamente frenetica. Il mondo moderno è percepito come insito di rischi e di pericoli, e questa percezione crea delle risposte emotive ancora più rischiose nell'adulto, che, sotto una prospettiva o sotto un'altra, svolge un ruolo di caregiver e ha il compito, il dovere e la responsabilità di prendersi cura dei bambini.

Peter Gray parla di tre particolari stili di genitorialità:

  • il genitore direttivo - autoritario, che sottomette il figlio alla propria volontà;
  • il genitore direttivo - protettivo, che limita la libertà dei figli per timore dei pericoli o nella convinzione di poter decidere con carattere più saggio ciò che è meglio per loro;
  • il genitore fiducioso, che affronta l'enorme sfida di accettare la consapevolezza del fatto che la vita comporta imprescindibilmente dei rischi e che per favorire lo sviluppo della felicità, della responsabilità e di capacità importanti, i bambini hanno bisogno di libertà.

Quest'ultima, è la scelta più difficile ma al contempo più efficace e serena, sia per l'adulto sia per il bambino. Per poterla accogliere, è necessario, per prima cosa, condurre un'analisi dei propri valori e riflettere su come possano essere applicati ai propri figli, avendo l'accortezza di riflettere sul rapporto che si ha con loro, sulla loro specificità e unicità, che li distingue dall'adulto e dagli altri bambini.

Da questo punto di vista, è importante quest'ultima frase per l'insegnante, che troppo spesso si affida al suo metodo consolidato, senza differenziarlo all'occorrenza in relazione alle diversità degli studenti con cui si confronta negli anni o in una stessa classe/sezione.

Possiamo anche accennare, a questo proposito, il metodo del consenso, di cui parla E. Euli in riferimento all'elaborazione, nel processo, delle differenze, attraverso cui cercare di dare ascolto e valore alle visioni minoritarie e tentare di atteggiarsi positivamente e costruttivamente rispetto ai contrasti di posizione di volta in volta emergenti. Attraverso tale metodo, lento ma efficace, LA DECISIONE ASSUNTA DAL GRUPPO TENDE AD ESSERE DAVVERO CONDIVISA e quindi eseguita lealmente e con favore da tutti.  In presenza di obiezioni, le possibilità sono due:

  • si è disponibili ad accettare lealmente la decisione del gruppo e ad essere in accordo sebbene dichiarandosi in disaccordo;
  • non si è disponibili ad accettare la decisione del gruppo ma non ci si limita solo ad asserire e acconsentire (ossia ad accettare la decisione di altri e non seguire quella che sarebbe la propria opinione, se la situazione non ne ostacolasse l'espressione), quanto piuttosto non mettendo in atto sotterfugi o obliquità, perseverando la sua lealtà col sistema dichiarando e manifestando apertamente la divergenza (che potrebbe rivelarsi più valida e significativa).

Spesso, gli adulti impartiscono lezioni attraverso parole, discorsi e prediche, per cercare di insegnare ai bambini ad essere responsabili, liberi, onesti e ad avere spirito d'iniziativa. Tuttavia, il mezzo più efficace attraverso cui imparare a decidere da soli, a determinare il proprio futuro, ad essere affidabili, non è altro che la pratica determinata e favorita dalla fiducia.

I bambini, dice P. Grey, nascono geneticamente ansiosi e bisognosi di imparare, ed è a causa del nostro sistema scolastico forzato e obbligatorio che, spesso, questo impulso si spegne. Siamo noi, il più delle volte, a creare delle barriere per i nostri studenti, a spegnere la loro motivazione e il loro interesse.

Spiega E. Euli: le società odierne scelgono la SICUREZZA al posto della FIDUCIA, credendo che questa possa essere ottenuta solo dalla prima. Secondo un pensiero illudetico, sarebbe invece preferibile, se non necessario, AFFIDARSI e FIDARSI, seppur col rischio di apparire illusi ed essere traditi. Perchè la fiducia, dentro la sicurezza, non può crescere, ma piuttosto diminuire lasciando spazio a sfiducia e diffidenza. E questo corrisponde a ciò che accade con i bambini, quando gli adulti, convinti che sia pericoloso per loro giocare senza supervisione, non gli permettono di giocare liberamente, non rendendosi conto che così provocano in loro sofferenza e senso di oppressione. Tuttavia, proprio il gioco libero, come già accennato, è estremamente importante sotto numerosi aspetti.

Su questo, tornerò nella seconda parte dell'articolo.

Riprendiamo, adesso, il concetto di Illudetica: essa si fonda proprio sull'illusione di potersi - doversi AFFIDARE (e dunque, mettersi in gioco ancor prima di avere una vera e propria fiducia) a qualcuno o qualcosa di cui non sappiamo nulla. E questo qualcuno o qualcosa possiamo intenderlo anche come la vita stessa, al cui contesto dobbiamo presupporre un certo grado di affidabilità (da cui, col tempo, si entrerà nella dimensione della FIDUCIA, scoprendo se sia stata ben o mal riposta). Se ragionassimo solo in termini di sicurezza, evitando di affidarci per non essere traditi, non potremmo raggiungere questa fiducia, che necessariamente e paradossalmente contiene in sè il rischio di illusorietà e tradimento (poichè non si può essere traditi senza che ci sia prima un minimo grado di fiducia). A questa riflessione bisognerebbe pensare se vogliamo fare riferimento al fatto che molto spesso gli adulti credono di non potersi fidare dei bambini, pur essendo essi stessi a non dar loro fiducia per primi. Se l'adulto non si affida al bambino, non arriverà magicamente a fidarsi di lui, semplicemente cresceranno da entrambe le parti paura per i contesti non protetti e non controllati, sfiducia nei confronti l'uno dell'altro e in sè stessi. Inoltre, il bambino che non sperimenta la libertà di giocare senza la supervisione dell' adulto, sarà portato a cercare situazioni estreme e di rischio, che possono manifestarsi in comportamenti oppositivi e violenti, a loro volta causa di un maggior grado di sfiducia da parte dell'adulto.

Alla base dell'Illudetica, troviamo un principio ancora più importante del principio stesso di realtà, che corrisponde a una caratteristica essenziale del GIOCARE stesso: la LEALTA', concetto che presuppone una matrice relazionale, in quanto incornicia le nostre relazioni (con sè, con l'altro, con i contesti), ed è una componente essenziale del loro processo di costruzione e mantenimento (per questo, riconosce necessariamente la stabilità, ma anche l'altrettanto importante per la vita, possibilità di cambiamento). Nel GIOCARE, il principio di LEALTA' rappresenta la precondizione essenziale e inalienabile per poter iniziare e proseguire il gioco stesso. Infatti, nessuno giocherebbe in gruppo con persone di cui non si fida, e tantomeno contro qualcuno che notoriamente bara e fa gioco sporco. Inoltre, il GIOCO (così come anche la realtà, dalla quale si differenzia in quanto scelta libera, autonoma, volontaria, reversibile; al contrario di essa che, invece, non è una scelta, in quanto vi veniamo gettati e non possiamo uscirne) è INVARIABILMENTE E NECESSARIAMENTE REGOLATO A PRIORI. Infatti:

  • un giocatore che gioca a un gioco già esistente -> deve accettare le regole e seguirle senza cambiarle a gioco iniziato.
  • un giocatore che bara -> accetta comunque le regole, ma non è leale con esse.
  • un giocatore che, durante il gioco, non segue le regole e le cambia -> viene escluso dal gioco o almeno sanzionato (non è leale)
  • allo stesso tempo, ogni giocatore può sempre turbare la stabilità del già esistente, immettendo in esso delle novità, stimolando cambiamenti, che possono anche arrivare a trasformare le regole già definite o addirittura creare nuovi giochi con nuove regole, senza per questo smettere di essere leali col sistema di cui si è parte (nonostante si mantenga l'idea di non essere stati leali col sistema , con il rischio di generare conseguenze anche gravi soprattutto per chi si espone nelle fasi iniziali del cambiamento).

Abbiamo detto, dunque, che da un lato il GIOCO e la REALTA' si differenziano dal punto di vista della volontà con cui si può entrare nel primo e senza cui si entra imprescindibilmente nella seconda. Allo stesso tempo, è evidente, entrambi sono regolati a priori, e per entrambi valgono i punti elencati sopra. Dunque, perchè non pensare al gioco come ad un'opportunità per sperimentare la vita stessa, tutte le sue regle, le sue dinamiche, i dubbi che la riguardano, le difficoltà che la caratterizzano, le gioie che possono nascervi? Perchè non attribuire al gioco una funzione anche di mediatore con la realtà, di conoscenza della realtà, di consapevolezza di sè e del proprio essere nel mondo e dunque in questa misteriosa e contraddittoria realtà in cui si vive? Perchè non dare importanza, non valorizzare, non pensare a queste proprietà del gioco?

Grazie al gioco, impariamo anche ad essere leali ma non fedeli col sistema, evitando sia l'eccesso di stasi sia l'eccesso di trasformazione. Come accennato, la lealtà presuppone, infatti, stabilità e possibilità di cambiamento, ed entrambe devono coesistere senza eccedere, confliggere e cooperare a livelli diversi per il mantenimento e l'evoluzione del sistema, in un rapporto di equilibrio che permetta contemporaneamente la stabilità ad un livello e il cambiamento ad un altro. Per questo, è imperativo cercare di porre rimedio:

  • in caso di eccessiva stabilità, producendo un cambiamento;
  • o, in caso di eccessiva spinta verso il cambiamento, ritrovando la stabilità.

Tuttavia, questo equilibrio è spesso instabile e spesso accade che più rivoluzioni siano compromesse o mancate, creando ambiguità e squilibri che ricadono inevitabilmente soprattutto sulla gioventù, rendendole difficile crescere. Se questo accade, si verifica la presenza di una tradizione spezzata, per cui non possiamo tornare indietro, e allo stesso tempo si osserva la mancanza di nuovi criteri da sostituire ai vecchi. La soluzione, in questo caso, si configura nella realizzazione della nuova tradizione rivoluzionaria, in un'ottica paradossalmente conservatrice, che abbia come obiettivo non tanto l'innovazione che sta creando, quanto piuttosto quello di riguadagnare e ristabilire le giuste proporzioni.

La situazione ideale, per con-vivere illudeticamente, presuppone due movimenti complementari embricati tra loro, secondo i quali agiscono GIOCO e ILLUDETICA:

  • la ripetizione nella variazione (che ci invita a ritrovare connessioni e rimandi del qua vissuto nell'apparente manifestarsi del Diverso)
  • e la variazione nella ripetizione (che ci permette di essere creativi e divergenti nell'apparente ricrearsi dello Stesso)

D'altronde, queste sono caratteristiche che ritroviamo anche a fondamento della creazione artistica, nonchè della musica, ma anche delle lingue e delle letture. Tutte queste dimensioni, si configurano all'interno di regole e di patrimoni stabili e definiti, e al contempo all'interno di innumerevoli invenzioni e variazioni. Sono aspetti con cui entriamo costantemente in contatto nella realtà in cui viviamo quotidianamente. E sono anche aspetti importanti da considerare nell'organizzazione della didattica.

Nelle società umane, inoltre, sono importanti ritualità, ridondanze e modelli che regolano la nostra esistenza (es. anniversari, feste). Possiamo definire i riti collettivi come i binari della nostra vita, che si configurano nelle routine quotidiane e nelle routine sociali, le quali definiscono e tentano di rafforzare il nostro senso di appartenenza. La ripetizione di riti e regole svolge una funzione rassicurante crea un ordine formale traducendo il caso in causa. Il Gioco, ridimensiona il rito, pur sempre seguendo un rituale, una serie di regole e azioni che stanno dentro forme ridondanti, compiendosi in uno spazio transizionale che mescola ordine rituale e irrituale vitalità. E i bambini stessi, quando vivono una vita di esperienze sempre nuove e ricche di variazioni, cercano nel gioco (perchè ne hanno bisogno) le ripetizioni: si affideranno alla ripetizione di fiabe sempre uguali, alla scomparsa e ricomparsa di volti e oggetti in modo ripetitivo, a domande spesso uguali sui perchè e sui come. Contrariamente, l'adulto vive quasi sempre una vita segnata da routine e ripetizioni e di conseguenza cerca costanti variazioni attraverso forme di gioco. Per questo, E. Euli pone il dubbio se non siano forse i bambini meno propensi ad annoiarsi perchè vivendo una vita ricca di novità non ne hanno paura, quanto piuttosto ne hanno più paura e ne sono più propensi gli adulti che vivono nelle ripetizioni. Per questo, probabilmente, la nostra società tende ad adultizzare i bambini e ad infantilizzare gli adulti: i bambini vengono portati alla noia e resi noiosi essi stessi, impedendo loro di giocare liberamente e rendendoli incapaci di farlo, iper-stimolandoli al compito, richiedendo costantemente obbedienza e cercando di trovare loro tutte le occupazioni possibili per evitare che si annoino, sebbene accada spesso il contrario; gli adulti, vengono invece costretti, da un lato, all'obbedienza cieca sul lavoro, dall'altro al consumo del cieco divertimento e alla ricerca della continua variazione.

Da sottolineare, per quanto riguarda il rito, che esso, assieme al mito, costituisce l'atto sacro da cui il gioco stesso si differenzia in quanto proveniente dalla sfera del sacro e capovolgimento della stessa. Possiamo, infatti, dire, che il Gioco e l'Illudetica si presentano come via che media tra le due dimensioni del sacro e del profano. Il Gioco può essere considerato come un riuso del tutto incongruo del sacro, alla cui sfera risulta strettamente connesso: la maggior parte dei giochi che conosciamo deriva da antiche cerimonie sacre, da rituali e da pratiche divinatorie che appartenevano un tempo alla sfera in senso lato religiosa. Ad esempio:

  • Girotondo -> rito matrimoniale;
  • Giocare a palla -> lotta degli dei per il possesso del sole;
  • I giochi d'azzardo -> da pratiche oracolari;
  • Trottola e scacchiera -> strumenti di divinazione.

Pensiamo anche solo alla narrazione e alla sua struttura di base, al suo stretto legame con il passaggio dall'infanzia all'età adulta e con il viaggio che si compie in questo passaggio. Essa deriva proprio dai riti effettuati nelle tribù (e che ancora, in determinati luoghi, vengono praticati), finalizzati ad allontanare il bambino da casa, fargli superare una serie di prove, e successivamente vederlo tornare cambiato, cresciuto, maturato, adulto.

In particolare, se l'atto sacro rappresenta una congiunzione del mito che racconta la storia e del rito che la riproduce e la mette in scena; si ha Gioco quando soltanto una metà dell'operazione sacra viene compiuta, traducendo solo il Mito in parole (gioco di parole -> Jocus) e solo il Rito in azioni (gioco d'azione -> Ludus). Attraverso il gioco si possono verificare la secolarizzazione dell'atto sacro (attraverso lo spostamento da un luogo all'altro, come la laicizzazione del sortilegio attraverso la figura del mago) o la profanazione dello stesso (attraverso la neutralizzazione di ciò che profana).

Ritornando al discorso precedente, sulla adultizzazione del bambino e sull'infantilizzazione dell'adulto, ritoviamo, dunque, la necessità di trovare un'equilibrio tra la stabilità e il cambiamento, il quale può avvenire non infrangendo o trasgredendo le regole, ma allargandole e non lasciando che esse soffochino gli slanci inventivi e vitali e la potenza espansiva. Per questo, è importante che, come figure educative e formative, in qualunque ambito, gli adulti diano la possibilità ai bambini di avere la libertà di strutturare il proprio comportamento attraverso il gioco libero, e di formarsi attraverso di esso.

E' vero che le emozioni e le metafore guidano i nostri primi apprendimenti e le nostre prime relazioni nell'infanzia. Ma è anche vero, che le emozioni sono percepite come foriere di disordine personale, come secondarie rispetto alle leggi eteronome e alle regolamentazioni razionalmente espresse, alle quali tutti devono affidarsi in tutte le circostanze. Ritorna quì, la società che sceglie di rinunciare ad una sempre eventuale felicità in cambio di una sicura sicurezza, sulla base di una retorica del controllo delle emozioni.

In questo modo, il GIOCO PURO viene relegato all'infanzia, in quanto si gioca solo per il DILETTO e non è funzionale ad altro da sè. Così, il dilettarsi giocoso si trasforma in svago, ricreazione e tempo libero, festa e divertimento.Viene considerato come qualcosa di leggero e poco serio, se non inutile e ozioso. O addirittura, può essere considerato pericoloso e degrada a gioco individuale, clandestino e di nicchia.

Mentre, a trovare spazio ed essere accettato, è il LUDIFORME, ossia il gioco inteso come ADDESTRAMENTO ALL'ADULTITA', che serve ad imparare qualcosa in vista della vita adulta, qualcosa di serio seppur incentrato dentro un'apparenza ludica (perlopiù fino a quando non si trova qualcosa di meglio da fare o da utilizzare al suo posto), qualcosa che porti il gioco stesso a trasformarsi a sua volta in lavoro nel mondo "serio".

Eppure, in tutte le forme del gioco, chi gioca mette tutto sè stesso in quello che fa, lo fa molto seriamente e a fondo. E' dunque il gioco stesso ad apparire come UN AGIRE CHE IMPLICA UNA FORTE, PASSIONALE ASSUNZIONE DI RESPONSABILITA' E IMPIEGO, talmente concentrata su quel che si sta vivendo e facendo. E questo ci permette, dunque, di parlare di una vera e propria SERIETA' DEL GIOCARE.

NEL GIOCARE (riporto quì, in parte, alcune parole dal libro "HOMO HOMINI LUDUS"):

  • la regola è sempre funzionale al diletto (si cerca il piacere libero, con giochi non regolati);
  • le relazioni si nutrono delle regole (non viceversa);
  • le regole di base di un gioco sono predefinite ma si sceglie volontariamente di giocare o meno e le regole stesse possono essere cambiate dai giocatori, se concordi;
  • è possibile fermare il gioco od uscirne;
  • si allenano i viventi alla relazione, alla negoziazione continua delle differenze, alla mediazione dei conflitti, all'improvvisazione nella soluzione condivisa dei problemi, alla co-costruzione e alla co-evoluzione dei contesti del gioco stesso;
  • si sa attendere e si tende alla creazione di ordini spontanei e auto-organizzati, ci si educa a vivere in equilibri instabili, ma adeguatamente rassicuranti e vivibili.

L'attività ludica detiene un posto non secondario anche nell'adulto, per cui il gioco fantastico non viene eliminato o emarginato con la formazione logica, ma differenziato e maturato attraverso applicazioni nuove e differenti, adeguandosi alle forme che l'ontogenesi mentale via via acquisisce. L'illudetica critica, da questo punto di vista, il MITO DELL'ADULTO, in quanto ritiene "necessario e urgente riannodare i fili tra le età dell'uomo, senza dividerle in compartimenti stagni" Eppure, purtroppo, si tende a separare nettamente

  • l'incoscienza del bambino dalla maturità razionale dell'adulto,
  • l'immaginazione ludica dall'acquisizione del principio di realtà,
  • il giocare senza veli dei piccoli dal fantasticare semiclandestino dei grandi, e via dicendo.

Sono tutti pensieri che caratterizzano la nostra realtà, una società del controllo, in cui istinti ed emozioni possono trovare spazio solo nella ricerca della vertigine e dell'estremo, nell'eccesso trasgressivo, nell'assenza di limiti. Ora, ciò che possediamo ci possiede e dipendiamo da quel che amiamo e possediamo. Questa realtà frenetica in cui siamo immersi, ci fa vivere di competizione e ci chiama a correre in qualunque situazione della nostra vita (che si tratti di lavoro, di guadagno, di semplici regali, di affari o di lezioni e didattica) e ciascuno interpreta il proprio ruolo in modo rituale, guidato dalla logica del massimo profitto e dall'idea di una società del benessere basata sulla sicura sicurezza di cui parlavamo prima. Questo benessere può apparire inizialmente reale, ma in realtà è debilitante. Siamo come soffocati da questa realtà che non è reale, non si basa sulla felicità ma su un'apparente e inesistente stabilità. Non esiste un equilibrio tra le nostre regole, le nostre routine, le nostre tradizioni, e la nostra spinta verso il cambiamento, il progresso, le innovazioni, le nuove invenzioni e scoperte. Tendiamo in ogni caso all'eccesso per sentirci soddisfatti e, di fatto, non ci sentiamo mai appagati. E riversiamo tutto questo sui bambini, che assorbono questa fretta, questa atmosfera competitiva che ci caratterizza e determina le nostre esistenze nella ricerca di un successo individuale o collettivo. La nostra società esalta l'individualismo di massa e la sua apparente libertà di produrre, di godere; ma, in realtà, non fa altro che omologare la singolarità e abolire la pluralità, uniche condizioni di una vera libertà.

L'Illudetica, invece, pensa alla possibilità di vivere in una società in cui, come nel giocare, siano esaltati:

  • il valore della pluralità delle e nelle singolarità,
  • e il valore delle singolarità nella e della pluralità.

Si parla proprio di ECOLOGIA DELLA LIBERTA', presupponendo di rallentare la velocità, riprendersi il tempo e il gusto del tempo, per assaporare la vita senza fermarsi troppo su una stessa cosa e senza concentrarsi su troppe cose nello stesso momento. Abbiamo bisogno di RALLENTARE, abbiamo bisogno di TEMPO, abbiamo bisogno di PAUSE. E ne hanno bisogno i bambini. Anche a scuola, troppo spesso si corre: si corre per rispettare il programma, si corre per raggiungere gli obiettivi, si corre per vedere dei risultati (o per non vederli), si corre perchè si deve correre. Studiamo tanto, sull'inclusione, sulla cura, sull'importanza di trasmettere qualcosa. Eppure, molto spesso, ci facciamo prendere dalla fretta. Una fretta dannosa per i bambini, nociva per i loro apprendimenti, per la loro serenità, per la loro felicità, per la loro motivazione ed interesse, per la loro vita. Non apprendono gli insegnamenti, non sono interessati ad imparare e a conoscere, sentono il peso di questa scuola opprimente, in cui non hanno piacere di andare perchè per loro è come una prigione: bramano la libertà e a scuola non sono liberi. La scuola è un luogo rigido, in cui si impara a rigare dritto, a stare seduti nei banchi, ad essere disciplinati nei corpi e lineari nelle menti. Le menti non si svagano, sono sempre dirette al compito e alla serietà dell'impegno. Una scuola così, può essere maestra di vita perchè insegna da subito a soffrire, a subire, ad obbedire e a non capire perchè (e questi sono tutti aspetti che ritroviamo  non solo a scuola, ma anche nell'ambiente familiare, in cui il bambino non è visto come pari ma come subordinato al volere dell'adulto, solo in quanto bambino, senza necessità di esporre il perchè). Ma è questo ciò che vogliamo insegnare ai bambini? Il tempo didattico deve far spazio anche alla dimensione del tempo libero, non solo come concessione di 10 minuti, ma come necessità, come parte integrante della didattica, perchè ozio, riposo, svago divagante, sono condizioni necessarie per qualunque sensato e vivibile apprendimento. Chiunque, bambino o adulto che sia, impara più per caso che per dovere. Un bambino che gioca ha molte più occasioni di imparare di quante non ne abbia un bambino "serio" che rimane seduto composto in un banco e legge libri per ripetere informazioni. Ciò che si ricorderà a distanza di anni, sarà legato alle esperienze vissute e non agli apprendimenti imposti ed estremamente chiusi, perchè finalizzati esclusivamente ad essere appresi. Creiamo connessioni, aiutiamo a contestualizzare, diamo la possibilità di sperimentare direttamente.

Il LUDICO DILETTARSI sviluppa delle ABILITA' AUTOREGOLATIVE SITUAZIONALI che solo esso può sviluppare:

  • Motivazione,
  • Intelligenza dei limiti relazionali e contestuali,
  • Gusto,
  • Intuizione,
  • Empatia e Simpatia,
  • Consapevolezza emotiva.

Tutto questo, si perde nel momento in cui si soffoca la possibilità del GIOCO PURO. E molto spesso, si cerca di riacquistare le stesse abilità attraverso tecniche e metodi "innovativi e scientifici (e a pagamento). Non a caso, infatti, il LUDIFORME (e non il Ludico), trova facilmente spazio soprattutto e quasi solamente IN FORME GAMIFICATE, COMPETITIVE, REMUNERATIVE, nelle quali il cambiamento ripetuto attrae il cliente e cerca di ottenere l'effetto di stabilizzarlo [...] il gioco del ripetersi e variare viene fatto svolgere e ammirare compulsivamente da bambini, ben instradati e foraggiati da adulti, loro genitori compresi, in rete [...] giochi che pubblicizzano merci". Non esiste quasi più il concetto di lealtà, ma solo l'onestà (la correttezza) negli scambi economici, in quanto il culto del denaro, e il suo illimitato accrescersi attraverso la ricerca del profitto, condiziona, trasforma e perverte alle radici la dimensione etica delle relazioni sociali. Le persone sono sempre più inquiete e insoddisfatte della loro routine, troppo piatta, regolare e regolamentata, e per questo cercano il rischio, arrivando anche a tossicodipendenze, coazioni ludopatiche, estremizzazioni esagerate della ricerca dell'altro, del nuovo, del diverso. In questa prospettiva, trovano senso le violenze verso sè stessi o verso gli altri, che, sebbene apparentemente insensate, hanno l'obiettivo di tentare di sentirsi vivi, visibili, riconosciuti, in un gioco senza vita, che ci annoia a morte e ci esclude, creando il mito della meritocrazia, in base al quale si è premiati e si merita di vincere solo se si sta al gioco di tutti, seguendo le regole, facendo il proprio dovere e rispettando i propri impegni. Ma, dal momento che ognuno di noi nasce in circostanze differenti, con capacità diverse, con la possibilità di scegliere progetti diversi, con l'evidenza di affrontare sfide diverse, non può esistere una misura di valutazione comparativa che permetta di stabilire quale vita è meglio di un'altra. Ci sono circostanze casuali che entrano in gioco nel nostro percorso e che influenzano anche i nostri successi. Non esiste un modo ragionevole di paragonare il valore delle vite umane. Se si cerca di perseguire il mito della meritocrazia, del controllo, della competizione, si arriverà sempre di più alla perdita della consapevolezza della propria impotenza. Perchè l'uomo crede di essere capace di fare qualunque cosa e di avere il controllo su tutto, ma non si rende realmente conto di ciò che non può fare o che può non fare.

In questa società della fretta, non abbiamo neanche il tempo di pensare a noi stessi in termini di sè stessi con responsabilità (collettiva e contestuale), senza per forza ricorrere a capri espiatori, come invece siamo soliti fare nel tentativo di evitare per noi stessi la responsabilità, che addossiamo soltanto su alcuni ( altri, visti come capri espiatori di processi ben più ampi e complessi) in termini di colpa individuale. Questo processo ci semplifica la vita, facendoci credere di essere innocenti e di non avere a che fare con il male, che è sempre altrove. Ma, seguendo le vie della colpa e della punizione, otteniamo, invece, conseguenze tragiche e risultati fallimentari, che dovrebbero farci riflettere su questa nostra scelta di vita, che trasforma la violenza in codice strutturale della nostra società, con conseguenti accumuli di rabbia, che viene repressa e non elaborata e resa politicamente visibile. Questa cultura della colpa - punizione genera una de-responsabilizzazione, dovuta proprio al fatto che la colpa si rivela come una copertura sociale che serve a evitarci la responsabilità (fingendo di prendersela ma addossandola ad altri). Inoltre, se anche si cerca di esserlo, si è responsabili solo se si eseguono i compiti che la situazione esige per quel che è, per cui se, ad esempio, si svolge un lavoro responsabilmente (essendo responsabili nei confronti dei propri impegni familiari e sociali), ma questo lavoro inquina, a quest'ultimo livello non si è responsabili e, per esserlo, bisognerebbe smettere di svolgere il lavoro diventando irresponsabili a quel livello. Sembra un paradosso, eppure, nella difficoltà di scegliere, è evidentemente più semplice pensare in termini di colpa e trovare scuse che giustifichino una mancata responsabilità. Sarebbe responsabile, in realtà sperimentare nuove strade, non colpevolizzare altre persone per problemi che riguardano i nostri stili di vita o sistemi politici, scegliere, nella situazione data, a quale responsabilità rispondere per sè e quale livello di responsabilità seguire. Sarebbe opportuno non denigrare i dissidenti, ma ammirarli (non solo quando lo sono altrove, ma anche quando lo sono da noi).

Se pensiamo al cambiamento climatico, all'inquinamento, alla lotta di Greta Thunberg contro il capitalismo (che non accetta la colpevolizzazione che esso rimanda e proietta sulle persone), capiamo che è necessario pensare in termini di collettività, pur agendo anche individualmente, e cercare di capire chi è realmente responsabile. Purtroppo, spesso, la società del profitto porta a guardare al guadagno di quantità incredibili di denaro e a non guardare le realtà, le conseguenze, le regole che non funzionano e che probabilmente vanno cambiate, perchè non sempre è meglio il cambiamento, è vero, ma non sempre è meglio la tradizione: ci deve essere equilibrio!

L'Illudetica pensa al Gioco come azione che rafforza il senso di responsabilità, considerando quest'ultima in relazione ai vari eventi concomitanti, valutando il responsabile e giustificandolo per il danno che ha provocato, senza prendere, come spesso avviene nella realtà delle nostre società, strade più immediate, meno riflessive, parole e metafore meno complesse, per valutare gli esseri umani e i loro comportamenti negativi in società. E' necessario cambiare strada, sperimentare nuovi modi di affrontare l'insorgenza del negativo, sperimentare nuove possibili e, soprattutto, responsabili elaborazioni personali e sociali del negativo.

Attenzione, però, al concetto di "perdono", che rischia di preservare alcuni presupposti del modello violento: come quello gerarchico, che sembra implicare una superiorità da parte di chi perdona rispetto a chi viene perdonato. Inoltre, il perdono pare preferire aggirare ed evitare il conflitto, piuttosto che attraversarlo e affrontarlo. Per questi motivi, la scelta migliore sarebbe quella che potremmo definire come NONVIOL'ANARCHIA, la quale rappresenta un tentativo di liberazione e oltrepassamento rispetto a queste tradizioni.

Il Gioco, in particolare, è sempre un agire attento ai contesti e alle relazioni di interdipendenza, non protegge le persone, ma le relazioni e i contesti, in modo che all'interno di contesti protetti la persona possa sentirsi libera di giocare e di esplorare e conoscere i suoi limiti.

Al contrario, nella nostra società securitaria e immunizzata, sono protette le persone, mentre le relazioni e i contesti diventano sempre più insicuri, precari, direzionali, pericolosi. Questo comporta una crescita del bisogno di protezione individuale, di rassicurazioni, di riflessione prima di mettersi in gioco, comportando molto spesso un atteggiamento evitante, per cui si preferisce non mettersi in gioco direttamente, piuttosto che assumersi le proprie responsabilità e i propri livelli di rischio.

Abbiamo bisogno di rallentare, perchè siamo convinti che il tempo deve essere usato per forza utilmente, ed è questo che ci rende avari di tempo.

L'Illudetica, non pretende di smettere di dare lavoro e valore ai compiti, ai risultati, alle istruzioni. Più semplicemente, l'Illudetica, propone una gerarchia alternativa e inversa tra quel che include e quello che va incluso.

Il giocare diventa importante in quanto:

- favorisce l'apprendimento e la comprensione di linguaggi analogici e metaforici, l'integrazione corpo - mente, la capacità di leggere forme, processi, rapporti e contesti.

- ci riavvicina al godimento del tempo, agendo attraverso il corpo in azione, gli istinti, i sensi, gli intuiti, i gusti.

- grazie alla costruzione delle regole del giocare stesso, si affinano la percezione, l'attenzione alle relazioni, alle emozioni coinvolte. E queste ultime sono regolate attraverso le emozioni stesse e non attraverso precetti o norme.

- non si basa sul profitto, sulla corsa, sulla competizione estrema. Nel giocare, l'importante è essere adeguati e disponibili a giocare anche se non si eccelle e non si vince, ACCETTANDO I PROPRI LIMITI (di cui non si è più consapevoli). Giocare non è un obbligo morale, si può scegliere di attendere e non giocare a quel gioco in un momento o non giocarci affatto. Il gioco è autolimitante e la competizione deve restare sufficientemente equilibrata. Da questo punto di vista, se un gioco non ha equilibrio nella competizione (una parte vince troppo e un'altra perde sempre) smette di essere attraente, si perde il gusto del giocare, e può interrompersi o proseguire ma tendendo a non ripetersi e riproporsi.

- insegna, dunque, a riconoscere i propri limiti e, di conseguenza, a prestare attenzione ed essere sensibili a ciò che accade intorno, ad essere capaci di calibrazione e correzione, nonchè inclini alla reversibilità.

- non insegna a cercare l'estremo o l'eccesso (se non per gioco e per un attimo), ma insegna a non fare di essi un principio di vita o di comportamento (contrariamente a quanto invece accade sempre più spesso con lo sport, votato a esibizione o spettacolo per altri).

- insegna a riconoscere il fatto che, al di là del merito o dell'impegno, e imprescindibilmente da essi, possono concorrere eventi, imprevisti, limiti della sorte e della fortuna che ci governano, che ci portano a vincere o perdere.

- insegna l'umiltà della sconfitta e di non estremizzare il trionfo, quando si vince, umiliando chi, invece, ha perso e accetta la sconfitta.

- insegna a condividere, in quanto il gioco è un'attività e un bene comune, inappropriabile, e i giochi della tradizione non sono creati o posseduti da singole persone, ma appartengono a tutti e da chiunque possono essere copiati e replicati all'infinito, in ogni tempo e in ogni età.

Riguardo quest'ultima affermazione, è necessario riflettere sul fatto che, purtroppo, troppo frequentemente i giochi vengono presentati in forma di prodotti in scala di massa, venduti e resi merce, diventando giocattoli o giochi di società, che possono essere posseduti, eventualmente prestati, scambiati, giocati insieme. Quì, purtroppo, non si tratta di giocare in comune, ma di mettere in comune i giochi stessi, e non è la stessa cosa: uno dei motivi di conflitto più frequente tra i bambini è quello che deriva proprio dal rivendicare la proprietà del gioco quando non lo si vuole condividere con altri, anche a rischio di giocare da soli o non giocare. Addirittura, si sta arrivando sempre più spesso ad osservare liti per rivendicare il possesso stesso delle amicizie, che non vogliono essere condivise, ma piuttosto diventare proprietà esclusive.

Per questo, l'Illudetica ci propone di adottare, nella vita stessa, una coomperazione attraverso cui competere a cooperare (come nel gioco, tutti cooperano perchè il gioco riesca e tutti possano goderne), superando, invece, la frequente predisposizione alla coompetizione, in base alla quale si coopera a competere sempre meglio e sempre di più. A breve termine, infatti, la competizione può sembrare che funzioni, ma conduce velocemente all'estinzione dei concorrenti e del gioco stesso. Dal gioco, invece, dobbiamo recuperare la convivenza tra competizione e cooperazione, ma a gerarchia invertita, in modo che la cooperazione incornici sempre la competizione e mai viceversa (coomperazione piuttosto che coompetizione, appunto). Solo così possiamo proiettarci verso il ben-essere.

Il gioco riconosce il valore degli affetti e delle emozioni, dell'incalcolabile e dell'improduttivo; ci permette di leggere le soglie e di comprendere se e quando è il momento di accettarle o oltrepassarle;  ci spinge in un'area di sviluppo prossimale, al limite delle nostre possibilità, ad esplorare nuove visioni e altri equilibri; ci invita al contatto e allo sguardo; ci insegna a competere, a cooperare, a vincere, a perdere, a riuscire, a fallire.

Nel gioco, usiamo il corpo, che c'è e si fa sentire, si esprime, parla, e basterebbe saperlo ascoltare. L'esperienza del nostro corpo, delle cose che sente, dei movimenti che fa, è la nostra principale esperienza mentale.

Il cervello fa parte del nostro corpo e l'esperienza tattile è fondamentale. Afferrare, abbracciare, colpire, giocare, accarezzare, ecc, sono la base della coscienza di noi stessi.

Noi interveniamo sul mondo toccandolo, la vita stessa è tatto, ma la nostra civiltà fa di tutto per abbandonare il corpo e le sue sensazioni, sebbene permanga, nell'essere umano e vivente, il desiderio di godere e provare emozioni. Desiderio che, se non appagato, porta alla perversa ed euforica alleanza tra le pulsioni e alla ricerca pianificata del loro appagamento, alla rivalsa dell'estasi, del consumo senza limiti, dei giochi estremi che non riconoscono più soglie. Il gioco profondo (deep play) eccita in quanto fa anche paura. E la ricerca sfrenata dell'over game, dell'essere e sentirsi sempre in alto, è la fine del gioco stesso, oltre la soglia del vitale e del vivibile. "Sognare l'impossibile" è il mantra odierno che nega che le capacità umane abbiano un limite, e che porta costantemente a un tentativo di superamento del limite, di oltrepassamento programmatico delle soglie (che, di fatto, rappresenta il primo principio del progresso scientifico e quindi dell'arroganza della nostra civilizzazione).

Nel mondo globalizzato, l'altro scompare è resta solo una sua immagine senza più conflitto, negoziazione, mediazione. E, in assenza della differenziazione con l'altro, anche il sè viene a mancare.

Il Giocare, che è un'attività relazionale anche quando si gioca da soli, ci rimanda a una solitudine solidale in un cosmo di sistemi chiusi ma non isolati, autonomi ma non interdipendenti, distanti ma non sconnessi, obbligati all'interdipendenza, sempre correlati.

Il giocatore vive tra prossimità e distanza e, anche stando da soli, il giocare rappresenta:

  • un modo di stare a contatto con il mondo, un'attività attraverso cui malinconia e ironia si mescolano per gestire una situazione o un'emozione vivendo e al contempo divertendosi;
  • un'attività attraverso cui esplorare, sperimentare, vivere e simulare, all'interno di uno spazio tra realtà e immaginazione, tra la scelta di isolamento e la necessità di relazione;
  • un'attività attraverso cui ridare significato a termini come gentilezza, sensibilità, tenerezza.

Attraverso il gioco e la metafora, si ha la possibilità di recuperare i valori individuali e di introdurre nuovi valori culturali, evitando un'assuefazione ad abitudini e immaginari consolidati e invitando, piuttosto, a verificarli continuamente (nel giocare) e a cambiarli.

Il linguaggio stesso è costruttore di confini: tra l'io e il tu, tra uomo e animale, tra cultura e natura, tra soggetto e oggetto, tra corpo e mente. La metafora, invece, si mostra non come espediente linguistico, ma come modo di conoscere il mondo alternativo alla conoscenza di tipo logico.

In un'ottica di educazione libertaria e democratica, è essenziale uscire dall'imparare attraverso la sofferenza, la fatica e lo sforzo. Ed è decisivo uscire da una visione pianificata e per obiettivi e avvicinarsi a forme e modalità di apprendimento conoscitivo più affini a quel che avviene quotidianamente nel vivere, ovvero apprendere dall'esperienza e nell'esperienza, incidentalmente.

Favorire l'azione e l'esperienza diretta, la messa in gioco nelle relazioni, non può essere solo una prospettiva teorica, ma deve realizzarsi in apprendimento e sperimentazione autoriflessiva.

L'esperienza consiste nel farsi sorprendere, non è un catalogo di mosse già pronte, ma al contrario affidarsi all'improvvisazione. E solo, in questo modo, facendo esperienza, possiamo arrivare a credere di avere esperienza. Grazie al gioco, non solo possiamo svagarci, ma anche vagare, essere aperti all'eventuale, all'aleatorio, al contestuale, al possibile. Nel gioco, e nel vagare, si può realizzare quella sospensione tra credulità e incredulità, che ci permette di uscire dall'abitudine e di aprirci al dubbio su ciò che appare certo, svelandoci nuove visioni ed esperienze. La libertà del giocare consiste nella sua stessa incertezza, grazie alla quale molte cose accadono inaspettatamente.

Allo stesso tempo, chi gioca vuole anche fare il suo gioco e, attraverso strategie, cercare di fare suo il gioco stesso, di gestirlo al meglio, e di raggiungere un esito migliore possibile per sé e/o per il proprio gruppo. In questo modo, sempre più in fretta, il gioco vira quasi totalmente verso il game, perdendo sempre di più il play.

Il Game si sostituisce al gioco, in un processo di "zombificazione": La libertà si è definita come liberazione dalle forme del passato, considerate troppo rigide e statiche. I vincoli sono stati interpretati come possibilità e l'evento è diventato protagonista dell'esistenza come sinonimo di libertà. E questi eventi sono, sempre di più, quelli che vengono creati nella realtà virtuale, per cui si parla di Gamification Ludiformica, ben lontana dal ludico e tendente a creare un ordine rituale standard e una nuova mitologia basata sulla velocità, sulla competizione, sul successo, sul profitto, sul consumo, sul produttivismo. Nella Gamification Ludiformica, tutto viene proposto in forme attraenti e divertenti e persino cooperative, ma iscritto in una cornice violenta che produce scarti, elimina soggetti, inquina ambienti di vita.

Questi, diventano gli unici giochi possibili, non lasciano spazio alla libertà, a nuovi giochi, a nuove intuizioni.

Per questo, l'Illudetica riflette su come liberarci da una libertà che ci opprime e ci rende schiavi di un dominio inattaccabile, riappropriandoci del play.

Con gli smartphone abbiamo superato la soglia dell'attenzione, dell'ascolto, dell'informazione, del rumore. Siamo invasi da una marea di notizie, di nozioni, di stimoli, di immagini. Queste troppe informazioni generano povertà, un'ideologia collettiva del mercato industriale che si spaccia per cultura pur essendo un'ideologia feroce fatta di omologazione e accelerazione.

I dispositivi elettronici ci possiedono più di quanto noi possediamo loro. Educare all'immaginazione, vuol dire, prima di tutto, chiedersi a quale età sia giusto far avvicinare i ragazzi a questo mondo tecnologico, che produce un degrado delle relazioni in costante avanzamento, poiché tutti abbiano fretta e nessuno è più capace di aspettare. Si stanno perdendo i riti e i ritmi della conversazione, il gusto dell'approfondimento, il piacere della lentezza, il senso del conoscere e del conoscersi. Dipendiamo, ormai, dal dispositivo che ci dà informazioni, consigli e orientamenti per muoverci, agire, decidere. Anche solamente attraverso interfacce vocali, come Alexa, ci alleniamo a comandare senza mai chiedere per favore. Che effetto possono avere queste interfacce sui bambini? Impartire comandi incoraggia la ripetizione, più che la riflessione. Servirebbe, forse, un po' di solitudine, per avere occasione per pensare e pensarsi, per stimolare una coscienza, per accrescere una solidarietà consapevole. Nella modernità, sempre di più, si pensa al fatto che non fidarsi è meglio e la sicurezza, come già detto, si è resa sinonimo di libertà (e viceversa) e si fonda sulla pedagogia dell'esenzione di massa. Si evita la paura e si inizia a temere la libertà stessa. La paura ci induce a sterilizzare la vita, ognuno vuole procedere a fare solo quello che gli conviene.

Ritorna qui il concetto di colpa e responsabilità: siamo portati ad attaccare per difenderci, a non assumerci la corresponsabilità degli errori, ad introdurre una rigida divisione di classe.

La civiltà del valore monetario non sopporta la vista dei senza valore e costruisce muri per non vedere, non pensare, non soffrire, non sapere quanto facciamo soffrire l'altro.

La vera libertà dovrebbe essere un diritto radicale garantito a tutti, in virtù del fatto che ciascun individuo è un essere umano. E dovrebbe permetterci di andare oltre, per maturare una diversa coscienza anche riguardo le altre specie viventi e al modo in cui le trattiamo, e tendere verso una cultura planetaria ecologica che reclami l'interdipendenza dei vari modi possibili: in tutto il mondo, 74 miliardi di animali, quasi 10 volte l'intera popolazione umana, vengono macellati ogni anno per il nostro piacere gastronomico. Molti esseri umani non vedono nulla di sbagliato in questo e, anche se sanno di provocare sofferenza, non provano alcun rimorso. Le altre specie senzienti della terra non hanno gli stessi diritti di libertà degli esseri umani e la nostra ideologia politica non affronta il tema del trattamento etico di queste creature. Spesso ci comportiamo, davanti ai bambini, come se fossimo degli eroi, reagendo alla lora paura per un insetto uccidendolo. Cosa stiamo insegnando? Non aiutiamo i bambini a rispettare il mondo in cui vivono, le specie con cui convivono, la natura che non è loro ma alla quale loro stessi appartengono. Alimentiamo le loro paure e le loro reazioni violente, i loro atteggiamenti inconsapevoli, i loro comportamenti disinteressati. Noi stessi ci comportiamo in questo modo e insegnamo attraverso il nostro esempio diretto ciò che agli occhi dei bambini non appare come sbagliato. Se non apriamo noi gli ocvhi per primi, e se non ci accorgiamo di quanto influisca il nostro modo di essere, di vivere, di approcciarsi al mondo, sui bambini, non possiamo insegnare davvero qualcosa. E se i bambini non imparano a rispettare chi è diverso da loro in termine di specie, non rispetteranno neanche chi è diverso all'interno della loro stessa specie, non rispetteranno neanche chi non lo è. Dobbiamo educare alle emozioni, non possiamo vivere in una società che si basa solo sul profitto e sulla sicura sicurezza. Le emozioni, abbiamo detto, sono alla base degli apprendimenti. E le relazioni stesse lo sono. Sono alla base degli apprendimenti, e sono alla base della vita stessa. Abbiamo bisogno di educare alla fiducia, alla lealtà, alla riappropriazione del tempo, alle pause, alla riflessione, alla sperimentazione, alla consapevolezza delle proprie responsabilità e dei propri limiti. Questo, dovremmo fare.

Letto 1265 volte Ultima modifica il Lunedì, 06 Giugno 2022 09:47

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