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Sabato, 28 Marzo 2020 18:51

Evoluzione della scuola italiana 2

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Abbiamo parlato brevemente nel precedente articolo dell'evoluzione della scuola Italiana dal Medioevo sino alla prima metà del 1800.

Molto più significativa delle precedenti fu la legge Casati, emanata il 13 novembre 1859. A essa si fa infatti risalire l’atto di nascita della legislazione scolastica italiana e della nostra scuola. Inizialmente, viene promulgata nel Regno di Sardegna, dopo l’unificazione d’Italia, fu estesa a tutto il Regno. Essa affronta per la prima volta il grave problema dell’analfabetismo dominante in tutta Italia, in cui il 78% della popolazione era analfabeta. Si prefiggeva di assicurare a tutti i cittadini italiani un'istruzione di base per poter "leggere, scrivere e far di conto". Inizia infatti ad introdurre il principio dell’obbligatorietà e della gratuità dell’istruzione, almeno elementare, per garantire almeno un’alfabetizzazione di base. Tuttavia, lo scopo della legge Casati non si realizza, principalmente a causa dell’utilizzo dei giovani nel lavoro dei campi e delle miniere.

Il 15 luglio 1877 viene emanata la legge Coppino, con cui fu innalzato l’obbligo scolastico elementare fino all’età di nove anni e vengono imposte sanzioni ai genitori contro gli inadempimenti.

Lo Stato cerca di sostenere economicamente i comuni per garantire l’istituzione di scuole pubbliche, ma spesso i fondi elargiti non sono sufficienti. Così, si inizia progressivamente a diffondere la convinzione che sia lo Stato a dover provvedere all’istruzione e alla formazione dei cittadini. Con la legge Orlando (1904) viene inoltre stabilita l’equalizzazione della retribuzione degli insegnanti della scuola elementare, che prima cambiava in relazione a fattori discriminanti come la differenza del sesso e del luogo dell’insegnamento (periferia, campagna, città).

Con la legge Credaro del 1911 comincia a concretizzarsi il passaggio della gestione dell’istruzione e della formazione dei futuri cittadini dai Comuni allo Stato: in particolare, le scuole dei capoluoghi di Provincia restano affidate alla gestione dei Comuni; le scuole degli altri Comuni passano invece alle dipendenze dei Provveditorati agli studi e dunque anche lo stipendio dei maestri elementari viene portato a carico dello Stato. Tuttavia il sopraggiungere della Prima Guerra Mondiale rese difficile l’attuazione di questa legge.

Durante il primo governo di Mussolini, Ministro della Pubblica Istruzione è il filosofo neoidealista Giovanni Gentile, il cui pensiero è che nella scuola lo Stato realizza sé stesso e di conseguenza esso insegna e deve insegnare, mantenendo e favorendo le scuole.

Con la Riforma Gentile (1923):

  • viene esteso l’obbligo scolastico fino al 14° anno di età
  • vengono istituite scuole speciali per handicappati sensoriali della vista e dell’udito,
  • viene stabilito l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica (a meno che non venga presentata la richiesta di esonero),
  • sono istituiti rigidi controlli per l’inadempienza dell’obbligo scolastico,
  • e viene creato l’istituto magistrale per la preparazione dei maestri elementari.

Il ventennio fascista si mantiene nella sostanza aderente ai principi della riforma Gentile. I programmi delle elementari rimangono perlopiù invariati, viene fatta solo qualche lieve modifica, come ad esempio l’inserimento dell’insiemistica nello studio della matematica.

 

Letto 998 volte Ultima modifica il Venerdì, 24 Aprile 2020 13:43

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